Le storie di Dora 16

Erano due rette parallele. Pino con le pulci addosso, Mila statica e marmorea. Una lastra arrugginita. Chi la spostava da lì, neppure le cannonate. Partire, ma siamo matti. Il chiodo fisso di Mila erano i balordi. I ladri, i delinquenti. Li temeva come la peste. Rimaneva in trincea, fedele mastino, a difesa di oro, argento e cianfrusaglie di famiglia. Se rincasando avesse trovato le stanze sottosopra, sacrocuoredimaria, un infarto e crepava, la serratura smembrata, i buchi sulla porta, i cassetti rovesciati, gli armadi sventrati. Mila faceva la guardia e non si toglieva. Al massimo andava al santuario a piedi, sopra il paese. Con Pino erano scintille, Dico io, a che serve viaggiare? Il mondo è uguale, qui e chissà dove, non l’hai capito? Il Padreterno c’ha fatto tutti con dieci dita: in Africa e in America. Che è ‘sta smània che tieni di scappare, di vedere? Non lo so. Che cerchi, il tesoro? Qui, gioia mia, c’è il tesoro. Che ti manca? Ci conosciamo pelo per pelo. Ci possiamo difendere, I lupi ci stanno di fuori, i lupi, che ti credi. Pino la lasciava sbrodolare, Una capra cretina femmina, è solo una capra cretina femmina. Quando poteva, si sganciava; solo. Brevi boccate d’aria che si godeva a pieni polmoni. Mila, vedova, aveva disinfettato i morsi avvelenati. Pino era diventato un Cristo di pietà. Crepato anzi tempo. Eppure l’aveva maledetta tante volte. Perché era di legno. Perché teneva la capatosta di una cuccia. Mila era convinta che il Padreterno s’era raccolto Pino per risparmiargli l’onta d’una figlia mezza matta. Un giorno che pioveva e pioveva s’accasciò e buonanotte. Le luci si spensero e punto. Buon per lui, che i giochi erano fatti. Lacrime risparmiate. Mila non si faceva capace. Prima di addormentarsi, incrociava le mani al petto e gettava le speranze al buio, Gesù Cristo mio, fammi morire pure a me.

©MicolGraziano | Tutti i diritti riservati

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