Le storie di Dora

Mila, prima di Dora, ebbe un’altra figlia. All’epoca era una ragazzina calzettoni lunghi e ciuffetti. Ragazzina si fa per dire, già donna appetitosa per certe questioni che non stiamo qui a raccontare. Eppure, a differenza delle gallinelle compagne di scuola, non andava muro muro a farsi tastare dagli sbarbatelli. Nonna Gertrude l’avrebbe scuoiata viva, malgrado i settant’anni suonati. A Mila comunque gli sbarbatelli non facevano per niente sangue. Li trovava tanto èbeti. Cercava piuttosto frutti maturi. Giocava ancora a palla avvelenata, sì, per volontà della vecchia Gertrude, ma s’era presa una bella cotta per un colosso di Rodi. Meccanico di mestiere, per tutti era Spalle Larghe: la pelle bruciata dal sole, da gennaio a dicembre, una cicatrice sull’occhio destro (rimediata dal fratello per storie di lupe in calore), la chioma d’Achille, le mani nere di grasso. Mila consumava l’asfalto davanti all’officina, la cartella coi libri, il lecca-lecca tra i denti. Spalle Larghe ciucciava tabacco e Mila lo sapeva bene quando come e perché: sempre presente quando Spalle Larghe aspirava la bionda fino al filtro. Schiva, introversa, inibita, camminava dimessa. Spalle Larghe, da brava lince, s’era accorto che Mila si copriva le prugnette mentre gli pattinava accanto, che trinciava l’imbarazzo pettinando le sopracciglia con indice e medio, sfiorando eterea nuca e tempie, che ostentava indifferenza. Gli occhi di Spalle Larghe pungevano eccome. L’odore acre virile la inebriava, micia maliziosa, marcava il tracciato. Però, ma ti pare che Spalle Larghe si mette con te. L’intero paese si stracciava le vesti per il meccanico. Ne spogliava a iosa. Mila avrebbe mai creduto di toccare le stelle? Fu un branco di cani, un bel giorno, ad aprirle la strada. Presero a ringhiare, sbavare, col pelo aizzato. Lei in mezzo, tra sei di loro, a gridare di terrore. Spalle Larghe travagliava ad un soffio. Sentì le urla e uscì filato. Scaraventò sul culo dei randagi tre o quattro cacciaviti. Ingrossò la voce, i bastardi scapparono con la coda fra le gambe. Mila bianca cadaverica balbettò un grazie, frastornata, gelata e madida. Le tremavano ancora i polsi quando Spalle Larghe le sfiorò la schiena. Mila, pomodoro nel tegame, si spappolò. Spalle Larghe intuì cosa bolliva nella pentola. L’accompagnò a casa, era troppo spaventata, dove voleva andare sola? E se avesse incontrato altre carogne inferocite? Spalle Larghe ammirava le forme acerbe; i gesti legnosi lo mandavano in brodo di giuggiole. Durante il tragitto, preso dalla fame, volle dare un morso a Mila. Assaporarla. Gustarla, masticando lungamente. Il sugo era pronto. Saporito. Tenerla sulla lingua e ingoiarla. Una delizia. Che buona era. Una vera primizia. Mila s’offrì su un piatto speciale. Cuoceva e sfrigolava. Chiuse gli occhi. Era salita sulla giostra. Stava a testa in giù. Volava. Le montagne russe. Balzava. Ruotava nello spazio, ma di colpo la corrente si staccò. Spalle Larghe la sputò sazio e all’improvviso. Mesi dopo, al lieto annuncio, non ne sapeva neanche il nome più, Tu non ci stai con la testa, bellina. Non l’ho capito che mi vuoi fregare? Che ne so che è figlia a me questa che tieni in pancia? Lo sai quante femmine mi cantano la canzone? Fammi il favore! Vivi sulla luna? Svègliati e vattène. Camìna alla to’ casa. Spalle Larghe era troppo giovane, richiesto, occupato. Rispedì al mittente le prugne di Mila. Non gli interessava una poppante che sapeva di latte e sapone. Gli faceva il filo una fornaia rotonda, ricca, il culo sferico, un bell’odore acre sotto le ascelle. La speranza di stringere qualcosa di morbido aiutò Mila a dimenticare Spalle Larghe. Gertrude, intanto, non fu meno tenera di Spalle Larghe. Mila non amava ricordare la notte scura in cui svuotò il sacco e una mazza di legno le ruppe la schiena. Andò avanti. Io mi chiamo Orsa, le scrisse su un foglio. Lasciò la culla sugli scalini di una chiesa. Tenne il cocomero in corpo per tutta la vita, Mila. Nessuno seppe mai questa storia.

©MicolGraziano | Tutti i diritti riservati

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