Le storie di Dora 19

Le cinque di mattina e il trucco, liquido, scorreva nero pece, trentotto anni e già le zampe di gallina, lo stucco, la matita, le labbra bollenti; sbatacchiò lo sportello, un tuono potente, pùm, sì, andasse all’inferno. Che era ridicolo con la bocca spalancata, pensò mentre il tacco trapanava il decimo scalino. Quelle mani tozze e gialle, che schifo, le veniva da vomitare, come quando s’ingozzava e correva a svuotarsi di tutto nel cesso, perché così le diceva il cervello. Era soddisfatta d’aver ficcato il Dottore nella sacca. Lui, ci giurava, l’avrebbe amata fino alla morte, immaginava Dora, pensiero complesso. Donne piccanti come lei non ce n’erano, c’avrebbe messo la mano sul fuoco: sempre avrebbe potuto bussare alla porta del Dottore. Sai dove trovarmi, le ricordò prima che Cuore Candido sfondasse la portiera. Dora sperava d’incrociarlo ancora da Nero per spinarlo a puntino. Si vedeva la scena. Il Dottore avanza, lei poppa la bionda avida affamata, scambiano il più e il meno, Ciao, bellissima, Chi sei?, Quello che stai cercando, Non cerco nessuno; Dora finge di non ricordare, una femmina ben condìta ha spesso la memoria corta, M’hai già provato, E quando?, sarebbe andata così, lei da brava cuoca che fa andare la pentola a fiamma lenta. Dovresti mangiare più pesce, bellissima, Preferisco la carne; lui che le chiede ti posso accompagnare, lei finta tonta che ci pensa un po’, la testa in diagonale, l’espressione annoiata e maliziosa, lo segue, sbircia: vuole vedere quanta grana s’è portato. Quattro pastìs, un pernod, doppia vodka e altre stanghe. Sicuramente avrebbe accettato da bere, Dora, bicchieri pompati a dovere. Eccola che si muove felpata mentre lui sgancia alla cassa. Sì, poteva farsi scarrozzare in campagna, in cambio d’un paio di bigliettoni, altrimenti che ci doveva fare con un secchio di nafta mezzo vuoto?

©MicolGraziano |Tutti i diritti riservati

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