Le storie di Dora

Ne ho avuti di spasimanti, che neanche mi ricordo i nomi, chi se li fila, s’incensava davanti a Tina, per farla rosicare. Ho la coda, non so a chi dare i resti; Tina rimaneva a guardarla, la bocca spalancata, invidiarla macché, chi ci voleva stare nei suoi panni, le sarebbero andati stretti, se li sarebbe tolti di furia, schifiàta; sfrontati, eccessivi, a Tina non piaceva stare così al centro, per cosa, uno strappo? uno spacco? E dunque, dicevamo, erano passati scarsi dieci minuti da quando Dora lo aveva scaricato; storta, sgonfia, appassita, impastata, saliva la scala e sentiva uno strano sapore in bocca. Prima di posarlo gli aveva infilato la lingua come augurio di buon viaggio. Ora, amore mio, ti voglio fare un regalo, Sì?, Che, bellissima? Lei, senza fiatare né a né u, spinse. Questo ti guarisce, lo sai? miagolò spumosa, Cuore Candido, panacea, Esculapio dei poveri. Il Dottore, timido timido, Non si fanno certe cose a quest’ora, bisbigliò, occhi spugnosi. Perché?, e rise rise rise, trampoli altisonanti, Io faccio quello che voglio, tutto posso. Tu? Vuoi? Tutto…? Il Dottore, aglio nel mortaio. Nel serbatoio di Dora benzina per un altro giro; leccò e sparì.

©MicolGraziano | Tutti i diritti riservati

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