Lettera a Nâzim Hikmet

«Capriccio»

Sono stordita. Cado. Vorrei incontrarti. Yunùs, mi chiamano. Essere alta e larga come lui, è il mio desiderio. Scrivo ora quel che mi attraversa; è la mia verità: ti amo. Chiudo gli occhi così sento meno il dolore. Mi vergogno a dirti che ti amo. Le gambe mi tremano. Ho paura. Mi terrorizza questa mia follia. Non guardarmi in quel modo, ti prego. Sì, temo la morte e voglio spogliarmi di questo peso. Raggiungerti con le mie parole. Vorrei fossero palloni rossi e gialli e gridare al cielo come una bambina allegra. Mi capisci? Era facile giocare nel cortile da piccola. Tu? Hai ricordi di quel tempo? Mangiavi miele? Io sì. Ti sporcavi di sabbia? Com’era allora? La notte è impossibile, da giorni. Le tenebre riempiono tutto. Se non risponderai, me ne andrò. Non amando i ritorni, ti dirò addio. Resterà un’immagine pallida di te, di noi, di ciò che avremmo potuto. Se appartieni a qualcuno, sappi che anch’io. Ma non mi basta. Peggio per me, peggio per te. Un’immagine pallida di noi. Dovrà essere così perché temo la morte. E non voglio finire in un pozzo di pietra. Ora sono a Cracovia, al “Capriccio”. Ero curiosa. Bevo la solita limonata. Sento la tristezza, come albero tagliato grido. Andrò per il mondo senza te? Amore mio, amore mio. Voglio essere coraggiosa e nuda dirti: ti amo. Mi vuoi? Y.

©MicolGraziano | Tutti i diritti riservati

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