Le storie di Dora

«Dora, il solito?» la voce di Nero s’impastava ai gomitoli di fumo che salivano al soffitto. Da Nero si svampava pesante. Nessun controllo. La legge la dettava Nero. Punto. Nero era sempre zeppo. Ci sapeva fare. Gli affari filavano lisci. S’intuiva da quel bracciale d’oro che tagliava l’aria mentre decapitava bottiglie. All’ora di Dora da Nero non c’entrava uno spillo. Dalla porta al bancone un soffio, ma tanto bastava a Dora per farsi assaggiare. Entrava quando la temperatura saliva. Se voleva arrivare al bicchiere che Nero le pompava, doveva strofinarsi tra schiene pantaloni giacche capelli. Le piaceva essere tastata, provata. Quale occasione più appetitosa della passerella da Nero. Dora però faceva finta di no. Perché lo sapeva bene: un conto è dire, un conto è fare. Agli occhi della gente soprattutto. Quel martedì di dicembre il vento lacerava la faccia. Era uscita su trampoli da circo, un vestito di pochi grammi, avvolta in una pelliccia bianca che la rendeva tanto orso, e una treccia fino alla schiena. «Dove l’hai presa questa borsa?» Tina radiografava Dora, quando Dora la baciava per salutarla. Tina e Dora si conoscevano dai tempi del nascondino. «Ti piace?» la risposta di Dora non cambiava mai. Ogni sera recitava il copione senza improvvisare, finché non veniva pescata dal rampante di turno. Il cinguettio con Tina un pretesto per stare in vetrina. Farsi ammirare. Di Tina poco o nulla le importava. Un’ombra come tante. Con un manichino sarebbe stato lo stesso. Mentre Tina parlava, Dora con la mente girava altre scene: come muoversi, tenere la sigaretta, inclinare la spalla. Sentiva gli occhi addosso. I pantaloni sulle calze di nylon e gonfiava il petto. «Me la fai provare?» Tina era innamorata della borsa di Dora «Ci vorrebbe un altro colore per te» fece Dora «Quale?» rispose Tina curiosa, «Ci penso» Dora mise gli occhi maliziosi. Faceva la sfinge. Aveva litigato con la verità. Doppia, lasciava intendere. Lo sguardo obliquo. Tina aveva un’eleganza rara. Dora la teneva a bada con carote e bastonate. Gatta maliziosa marcava il territorio. Godeva a stendere i rivali come birilli. E Tina per Dora era una rivale. Dora non sopportava le altre donne. Amava incollare la sua faccia sulle copertine al posto delle altre: bionde, more, rosse. Tina non sapeva dove stava di casa la competizione. Era felice così: un fidanzato, una casa, un fisso. Dora anche con Tina si barricava dietro sacchi di sabbia perché fidarsi è bene e non fidarsi è meglio. Un moscerino se ci sa fare può azzannare una tigre. Avrebbe voluto nascere con gli occhi ben disegnati di Tina. I suoi li avrebbe cancellati con un colpo di spugna; troppo arcigni. Lo ammetteva solo nei sogni, la testa sul cuscino. Tina lavorava sempre e aspirava ad essere una brava donna di casa. Dora era disoccupata per scelta. Viveva strappando alla madre. «A che servono le madri se non a mantenere le figlie?» ripeteva come respirava. Ina aveva sudato una vita per racimolare qualche spicciolo. L’aiutò anche Pino a far gruzzolo prima di partire per sempre dal mondo. Ina viveva che neanche un cane. Sempre in casa, reclusa, inchiodata ad uno schermo. Con lo zucchero nel sangue. Le gambe arrugginite. Contava i giorni. Faceva dei segni sul calendario. Il mostro la logorava, ma non rinunciava all’unico sfogo che la rendeva felice: mangiare. Il frigo pieno quasi fosse tempo di carestia. Se non sedeva in poltrona, era con la forchetta tra le labbra. Sopravviveva Ina e aspettava di andare di là per vedere cosa c’era. Magari avesse potuto stringere il suo Pino. Si era sminuzzata per Dora, sua figlia. Le sarebbe piaciuto vederla sistemata, con la testa a posto. Dora non accettava lavori, per pochi zeri nemmeno si alzava dal letto. «Non mi bastano per la cipria figuriamoci per le sigarette». Ne fumava trenta al giorno, fin quando non sentiva male al cuore. A volte aspirava anche roba più forte per svuotarsi di tutto. Liquidata Tina, Dora attaccava con Nero. Parlava succhiando alcol. Lasciava la birra scivolare lungo il collo, poi asciugava le strisce con la mano e schioccava la lingua contro il palato. Nero la punzecchiava chiedendo dei «suoi intrighi» come li chiamava lui, «Non ti permettere, sai, che ti do una botta in testa. Ricordati che con me solo patate», e muoveva nell’aria indice e pollice a forma di elle. Per dire che era una donna seria e non apriva le gambe come facevano «certe». Anche quel martedì di dicembre stessa domanda, stessa risposta: «Non te lo voglio ripetere più, lo sai a chi sono devota io. A una persona che sta lassù, che tengo sempre al collo con me» e mostrò a Nero una croce enorme, sfoggiata appesa ad una catenina. La stessa croce di finti diamanti ce l’aveva incastonata in un anello all’anulare destro. «Dora, io al collo lego solo la sciarpa». Tagliò corto Nero che non credeva ad una parola di quel che diceva Dora. Gli piaceva provocarla, vedere a che punto arrivava. Tanto per ridere un po’ con gli amici. Le conosceva le donne come Dora. E sapeva pure tante storie su di lei che si respiravano nell’aria. Dora stuzzicava l’appetito di tutti. Anche quella sera d’inverno. Attaccò Riccio che non schiodava dalla scollatura generosa di Dora, taglio profondo tra nei e cicatrici: «Che albicocche mature Dora. Me le fai assaggiare?», «Puoi crepare!», rispose finta offesa. Kosta si inserì dopo Riccio: «Quanto le vendi al chilo?» «Attento che morde » avvertì uno coi baffi, Boia, lo chiamavano, perché vestiva sempre di scuro. «Cane che abbaia non morde», ribatté un omone grosso e grasso, che aveva seguito il dialogo dal principio. Dora pigliava dal migliore offerente. Il tipo grosso la intrigava. «Finalmente un gentiluomo. Uno che sa difendere le brave ragazze. Non come voi cafoni». Dora applaudì portando le mani giunte in direzione del tipo grosso, si alzò dallo sgabello e gli andò incontro. Riccio, Kosta, Boia, stretti in pochi centimetri, se la ridevano. Immaginavano il finale. Neanche scommettevano più. Con Dora nessun gusto. Puntavano su altre cose. Il pallone, il destino. Gioco preferito era «toto-morte». Aprivano il portafogli: «Quanto campa quello lì? Un giorno, due…?». Kosta ci prendeva più di tutti. Con i bigliettoni che rastrellava faceva il pieno di benzina. Quella sera puntarono su Ina, la madre di Dora. Boia mise in mezzo un biglietto da cento ben stirato. Kosta il doppio, le dava massimo un giorno, Riccio osò meno. «Mi dai un passaggio a casa?» chiese Dora al tipo grosso, strisciando sinuosa. «A una bella ragazza come te, posso dire no?». Dora e il tipo grosso uscirono parlandosi piano vicini. Lui pagò il conto di Dora al Nero che ammiccava; dopo infilarono la porta lasciandosi alle spalle il rumore. Tina rimase seduta a fissare il bicchiere colorato di rosso. Li aveva visti dallo specchio che stavano andando via. Ci era abituata. Sapeva che Dora parlava con lei solo perché non aveva altro di meglio da fare. Ma non gliene importava. Non avrebbe mai voluto essere come lei. Nessuno la stimava. Per questo a volte ne aveva compassione. Il motore del tipo grosso era acceso già da un pezzo. Era entrato per un pastìs al volo. Aveva lasciato la macchina in doppia fila con le chiavi inserite per fare prima. Ora però la serata aveva preso una piega diversa. Era fiero del pesce pescato. Dora entrò nell’auto e chiuse forte lo sportello. Il Dottore inserì la prima e schiacciò l’acceleratore con potenza. «Quindi ti chiami Dora….ho capito bene?» « Sì, faccio l’attrice, lo sai? Mi hai visto già?» e gorgheggiò forte portando indietro la testa. Si era seduta accavallando le gambe e il vestito le lasciava libero tutto. «Non mi sfugge niente» si vantò lui buttando l’occhio verso il basso. «Il tuo nome?» domandò Dora «Mi chiamano tutti Dottore, per gli occhiali» «Queste quante sono?» Dora gli mostrò le dita della mano e rise rise rise. Il Dottore l’accarezzò con sguardo liquido. Rimasero in silenzio, lei buttò un po’ di fumo contro il finestrino appannato. Disegnò con le dita una «D» sul vetro, «abbiamo la stessa iniziale», disse con un sorriso malizioso. Poi si girò verso il Dottore gli prese l’indice della destra e se lo passò sulle labbra: «A casa devo mettere un po’ di crema, senti?» «No, ma che dici… Non vuoi fare un giro? E’ ancora presto…». Dora annuì. Il Dottore diresse la macchina nella campagna che conosceva bene. «Cominciamo?» Il Dottore lasciò il motore acceso per battere il freddo di fuori. «A fare che?» rispose Dora. Non si dissero altro, e non si videro mai più. Dora tornò a casa con le scarpe in mano. I trampoli da circo. Le facevano male i piedi. Mise la chiave nella toppa mentre barcollava. Si buttò sul divano così come stava. La testa una trottola. Non si accorse che Ina nella sua stanza non respirava più.

Kosta aveva il pieno assicurato per il viaggio che voleva tanto fare.

©MicolGraziano 2012 | Tutti i diritti riservati

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