Le storie di Dora 22

Dora piantò il Dottore alle cinque di mattina, grassone flaccido e moscio, potessero strafulminarlo, pensava. Ora che l’aveva ripulito. Prima no, perché il portafoglio ce l’aveva bello gonfio. Allora, pazienza, poteva chiudere un occhio. Fare beneficenza garantiva un posto in paradiso, in fondo. Sfamare lupi bramosi uguale elargire carità, valeva la pena mandare giù il boccone amaro. Attaccò a singhiozzare accanto alla buca, vicino all’albero del desiderio, perché il piatto era misero assai. Fuori lacrime, dentro riso vivo. Il Dottore, sgualcito dopo la lotta d’amore, con la nebbia nella testa, mosso a compassione, stirò un bigliettone, Tieni, bellissima. Non sprecare inutile acqua. Dora dentro di sé intonò il peana, un altro scemo ai miei piedi. Tagliava e cuciva con destrezza. Tesseva a regola d’arte. Ricamava, filava, imbastiva. La storia, identica ogni volta, Mila è una bastarda dispettosa. È gelosa di me. Gode ad incatenarmi alla poltrona. Mi vuole con la faccia pallida. Le mollette in testa, malata? Macché. Teatro, teatro. Mi dice che tengo la capa fresca e vado in giro frolla frolla. E’ una povera cucuzza, non lo vede che perla nera sono. Vipera velenosa, Cuore Candido: io sono bella, intelligente e assai di più dei bifolchi di quelle quattro case scrostate, sì quando divento famosa minchia soddisfazione, in ginocchio li voglio, altro che pazza, Mila è fuodde, no io; un’animella persa è, un’animella persa. Mila, andava raccontando Cuore Candido, una frustrata che brucia le giornate. Senza sferrare ganci alla vita. Ossa macinate, zero midollo. Le note suonate da Dora erano in tono minore, al ritmo di sei ottavi, una ninna nanna da incantatrice di àspidi, Lo sai, faceva al Dottore, mi strilla che non voglio lavorare. Mi manderebbe a sgrasciare i cessi. Secondo te, una madre dice a sua figlia queste cose? Dora andava e andava e il Dottore s’alzava le braghe. Lei, nuda, accendeva e spegneva bionde, Mi sputa veleno, e che non faccio niente dalla mattina alla sera, e che qui e che là, sì, a lei dovrei badare, proprio. Ma non ha niente, niente. È toccata. Devo fare il bastone della vecchiaia, secondo te? Il Dottore avrebbe desiderato un bastone della vecchiaia. Chi c’aveva? Era solo più d’un cane. Due amici del cuore, il pastìs e il pernod. Ne beveva e beveva per sentirsi più vicino ad Andreas, un vagabondo morto di fame, uno straccione che viveva sotto i ponti; fallito, sfigato, uno scarto, poi un giorno, un tale gli regalò soldi a palate, e gli uscivano dalle orecchie, e donne e amici e ristoranti e alberghi e bella vita e tutto il resto. Quella notte si sentì Andreas per un quarto. Aveva pescato nel retino una farfalla sfavillante. In genere le donne con lui niente, troppo chiatto, troppa ciccia. Raccattava qualcosa solo se vinceva alle corse dei cavalli. Dora era lì e sfilava la corona, singhiozzava, abbaiava, soffiava. Il Dottore pedalava con la fantasia: Andreas, le minne…Dora impastava, condiva d’agrodolce…Il Dottore sulle nuvole, ammaliato dalle albicocche esposte generose. Avrebbe voluto prenderle a morsi, ancora e ancora, gustarle mature, succhiarle, come d’estate, al mare, all’ombra di foglie profumate. Dora e i suoi spilli obliqui di Medea, puntati addosso. Il Dottore da anni navigava su una zattera in preda alla tempesta. Lavoretti da sguattero, qualche truffa, il gioco e Lulù, figlia per sbaglio. Si vedevano ogni sei sette mesi. La madre la conciava da grande. Le ciocche colorate. Il Dottore sapeva che presto i maschi le sarebbero andati dietro. Anche se Lulù non sapeva camminare con quei tacchetti che qualcuno sceglieva per lei; barcollava. Lulù, ce l’hai il fidanzato? Me lo puoi dire a me, le chiese un pomeriggio, mentre seduti su una panchina leccavano un cono gelato. Sì, e facciamo cose, rispose Lulù.

© Micol Graziano (2011) | © diritti riservati

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