Le storie di Dora 24

Mila soffriva di emicranie atrofizzanti. Anche le gambe c’aveva metà paralizzate e manco col bastone usciva di casa. Non comprava vestiti dalla notte dei tempi. I capelli, non ne parliamo; uno schifo. Li portava lunghi, col cerchietto e una molletta di plastica, buona a stendere il bucato. Sua nonna Gertrude, che l’aveva tirata su, le ripeteva che una femmina può anche mettersi uno strofinaccio addosso, però con la chioma scolpita è una regina. Mila s’era dimenticata le perle di saggezza di Gertrude; a sessantadue anni i pila li tagliava una volta ogni undici dodici mesi. Si serviva da una tosacani che sforbiciava le ciocche per due lire. Mila era invisibile. Pigliava gli sputi in faccia da Dora perché credeva a volte di avere sbagliato. Non l’aveva saputa crescere come le altre: figlie amorevoli, affettuose, diligenti. Dora teneva il vello di pecora nera. L’avesse saputo prima, sarebbe rimasta zitella, dovevo mettermi il cemento tra le gambe. Finirla lì. Tante volte l’aveva pensato, gas -coltelli -fili della corrente -vorrei solo chiudere gli occhi – solo chiudere gli occhi -solo chiudere gli occhi -solo chiudere gli occhi – solo chiudere gli occhi – solo chiudere gli occhi. Sperava che Dora le sparasse in canna. Cuore Candido giocava benissimo coi sensi di colpa di Mila. C’infilava l’indice e la girava a mo’ di ciambella. Stringeva le viti. Perché una notte sognò un sogno indelebile. Dora stava in un prato distesa sull’erba. Mila bramava le chiavi della berlina per scorrazzare un po’. Dora manco per niente, la macchina mia non la prendi, togli le mani dal volante o t’accoppo. Duellarono. Mila con due ganci la scaraventò al cielo. Vinse. Mise in moto, e volò. Sul cofano un’elica e la Due Cavalli s’issò. Verso l’infinito. Veloce quanto la luce. Da una nuvola una figura mastodontica, corvina, lo sguardo obliquo, chiese a Dora, Gioia, triste sei?, Mila, rispose lei. Che ha?, La mia Due Cavalli!, E tu non glielo dovevi permettere, ti vuole annientare! Mettila a posto, la prossima volta, non ti può tagliare le unghie così! Ragione sì, come ti chiami?, Yùbris, mi chiamo. Che bel nome, e sei bella pure. Come fai? Svelami il segreto. Vieni a casa mia, ti insegno come si compra la felicità. Salirono su un drago schiumante dirette nei boschi. Yùbris viveva in un cubo viola e giallo intenso. La facciata dipinta: un viso d’una bionda con la bocca spalancata. La lingua della donna, lunghissima, era l’ingresso alle stanze segrete di Yùbris.

© Micol Graziano | diritti riservati

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