Lettera a Marguerite Y.

«Al bordo di una vasca»

Mia cara Marguerite, ti scrivo chiuso nel ristorante di una stazione di Chicago. Oggi sono andato dal dottore e il verdetto è spietato. Cerco le parole giuste per non apparirti ignobile e volgare. Fatico a ricostruire me stesso, fuori dalle mura crollate, raccolgo un desiderio: potrà mai la nostra conoscenza diventare di prima mano? M’inginocchio a piedi nudi e la verità è quanto ho da dirti: non mi piace essere un semplice lettore, bibliofilo, non mi piace sentirmi come un inserviente col suo padrone, come un’ancella che passa l’olio alla sua regina. Sapere della tua vita, della tua giovinezza, della tua verità, sfiorare la tua pelle, levigarla, al bordo d’una vasca e insieme osservarci complici, sì, questo desidero con tutto me stesso, potrò mai? La cenere si sta sciogliendo. Così le mie ossa. Quando chiudo gli occhi vedo una carcassa sanguinolenta lambita da un nugolo di mosche fameliche. La poesia, le rose, i gigli, l’acqua, libare vino da coppe auree: sei pronta a condividere un istante di felicità con me? C’è un’isola nascosta, frequentata da gabbiani e naviganti. Naviganti che chiedono miracoli al Dio che lì dimora da millenni. Accordami un sogno breve e potrò morire in pace. Omar

© Micol Graziano | Diritti riservati

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